
Intersos supporta i migranti della guerra al confine tra Ucraina e Polonia
Apr 27, 2022Solo a 2 giorni di distanza dal conflitto in Ucraina, esattamente domenica 27 febbraio 2022, un team di Intersos è partito dall’Italia, a conferma della vocazione precipua dell’organizzazione umanitaria a prestare soccorso e cure alle vittime di guerre, violenze e disastri naturali.
Il 28 febbraio, il gruppo, costituito da esponenti di maggiore esperienza e responsabilità e da volontari, è arrivato a Korczowa, a pochi chilometri dal confine tra Polonia e Ucraina. Presso il Korczowa Centrum Handlu, centro commerciale adibito a centro di accoglienza per i migranti, è stato approntato un primo intervento umanitario, con l’ausilio di 2 medici e 2 ambulanze, una delle quali è stata subito dislocata nella cittadina di Korczowa, grazie anche alla collaborazione con il personale paramedico del Comune.
Della missione ha fatto parte anche il project manager di Intersos Lab, Diego Pandiscia, che racconta la sua personale esperienza, ma soprattutto le modalità collaudate da parte di Intersos nell’intervenire in momenti di particolare emergenza e confusione allo scopo di definire una strategia efficace e durevole.
"Le persone arrivavano al punto di confine a piedi, in autobus oppure venivano accompagnate da familiari in macchina. Una volta oltrepassato il confine, venivano presi dai mezzi messi a disposizione dai comuni vicini e ospitati in grandi centri di accoglienza. Il centro dove eravamo funzionava un po' da luogo di smistamento: nel giro di 1 giorno, massimo 2, partivano dal centro altri autobus che permettevano ai profughi di continuare il viaggio. Lo scopo di queste persone era raggiungere i familiari sparsi per l'Europa. Le mete erano principalmente: Francia, Germania e Paesi Bassi.
Nel centro commerciale tutti i negozi erano vuoti ed era già stato allestito un punto di prima assistenza medica, dove erano presenti solo paramedici e infermieri ma mancavano i dottori. Noi abbiamo creato due turni da 10 ore l'uno, coperti da 2 medici di Intersos dalle 9:00 del mattino alle 8:00 di sera, mentre il centro medico restava aperto giorno e notte. Il nostro staff si è occupato dell'allestimento di un medical point vero e proprio: sono stati acquistati lettini, apparecchiature mediche e tutto quello che serviva per poter garantire un’assistenza adeguata. Dopo qualche settimana, abbiamo iniziato anche a organizzare servizi di protection monitoring. Detto in parole semplici, si conducono delle interviste e si cerca di capire quello che accade alle persone in fuga e i vari bisogni che presentano. Le vulnerabilità sono di tipo diverso: minori senza genitori in fuga dalla guerra, donne incinte, persone con problemi sanitari importanti o che hanno subito traumi e violenze durante la fuga, con un focus specifico per i casi di violenza di genere.
Il primo problema da affrontare in questi casi è l’iniziale sovraffollamento dei centri di accoglienza: nei primi 10 giorni c'era una media di 5.000 arrivi giornalieri difronte a una disponibilità media di 2.000 posti letto. Quindi la gente arrivava, riposava alcune ore e ripartiva. La maggior parte erano donne con bambini, gente in fuga, che era rimasta al confine un giorno intero sotto la neve, dopo aver camminato a piedi per chilometri. Le tipologie di intervento erano pertanto sia mediche, nel caso di persone fuggite da ospedali bombardati, che magari avevano bisogno di insulina, ma anche di accoglienza vera e propria, per problematiche legate alla stanchezza, al freddo e allo stress. Nel giro di 2 settimane sono arrivati i primi feriti, causati soprattutto dallo scoppio delle mine antiuomo, con numeri molto alti: i 2 medici in 10 ore visitavano circa 250 persone al giorno. Fortunatamente disponevamo di un elicottero, pertanto in presenza di una situazione di estrema emergenza potevamo trasferire il malato in ospedale.
Spesso si presentava l’urgenza anche di un supporto psicologico, che pure non rientrava nell’ambito dell’iniziativa messa in atto in questo caso dalla nostra missione. A questo scopo abbiamo istituito da subito contatti con altre Ong internazionali, cui dirottare i casi, nella consapevolezza dell’importanza di questa tematica, costantemente al centro delle azioni di Intersos. Le persone infatti non hanno bisogno solo di cure mediche, ma anche di sentirsi accolte, di informazioni, in altre parole di un punto di riferimento che gli spieghi quello che succede, che gli ispiri fiducia e gli indichi un percorso da cui ricominciare.
Vorrei raccontare un episodio particolarmente emblematico della sofferenza vissuta dai migranti in fuga e del coinvolgimento emotivo di chi opera in questi contesti, quando mi sono trovato ad assistere in prima persona una mamma, che parlava un poco di italiano, con una bambina. Scappavano dai bombardamenti e la bimba, di 1 solo anno e 8 mesi, era in attesa di essere ricoverata d’urgenza al Bambin Gesù per un tumore di secondo livello al cervello. Mi sono messo in contatto con un ospedale di Varsavia per farla ricoverare e di lì poterla trasferire al Bambin Gesù. Quella bambina sarebbe dovuta già essere in ospedale a Roma e invece si era ritrovata su un autobus e poi in mezzo a un dormitorio affollato... all’angoscia di tutti noi, per fortuna, è seguita la soddisfazione, enorme, quando una settimana dopo abbiamo saputo che la mamma e la bambina erano arrivate in ospedale a Roma, portando a termine con successo lo scopo del loro viaggio, confermando in tal modo la giustezza della nostra scelta di essere presenti e ricompensando abbondantemente i nostri sforzi".